Gabriele Vittorio Di Maio Cucitro – Psicologo

Psicologo 3.0

Omosessualità: Patologia, modo di essere, variante?

In un mondo senza pregiudizi questo articolo non sarebbe mai nato; probabilmente sarebbe stato un mondo privo di quei gravosi pensieri che tutti conoscono, ma forse anche privo della necessità di riflettere.
In un mondo dove i diversi stati, i diversi credo religiosi e le diverse culture si dividono su un argomento che fa molto discutere, invece, anche io dirò la mia.
Pochi o nessuno infatti si documenta in maniera enciclopedica. Sto parlando dell’omosessualità. Un orientamento e condotta sessuale molto comune nelle specie animali, tanto da rappresentare in alcune (bonobo e scimmie in generale) un vero e proprio comportamento sociale: si usa il sesso come mezzo di comunicazione indistintamente tra maschi e femmine, senza perdersi poi in tutti quei problemi squisitamente umani. In altre specie ancora (felini selvatici) alcuni, come dei veri e propri transgender, si mettono nei “panni” dell’altro sesso: il loro scopo, in questo caso, è quello di inserirsi nell’ambiente femminile ed avere maggiori possibilità di accoppiarsi.

Cosa sto cercando di dire? Che da quando l’uomo si è distinto dagli altri animali in quanto essere senziente, esistono quindi i giudizi e i pregiudizi? Non è proprio così.
Così come gli animali, essendo non senzienti, non si pongono limiti e problemi etico-morali su ciò che fanno, compresi appunto i comportamenti sessuali, questo è valso anche per l’uomo, tanto che, come potrete facilmente reperire con una piccola ricerca, è stata documentata l’accettazione, nonché la presenza largamente diffusa, di questo comportamento sessuale nei secoli passati, nel popolo egizio, greco e romano. Nonostante il fardello di essere dotati di una coscienza!

Accettato, e in alcuni casi addirittura incoraggiato (con qualcosa di vicino ai matrimoni gay), fino all’avvento del Cristianesimo e di altre religioni, che per i motivi più disparati, probabilmente una spiacevole combinazione di eventi, hanno portato al bando, alla punizione e persino alla condanna a morte di chi teneva comportamenti sessuali diversi da quelli Eterosessuali.
Dal punto di vista psicosociale non c’è un motivo univoco per cui ciò sia avvenuto, semplicemente è stata una delle possibilità ed il risultato di complesse dinamiche che negli anni si sono susseguite e stabilizzate. Tra i tanti elementi a cui guardare, non si può non citare l’esigenza di far vestire il rapporto sessuale, non volto alla riproduzione, i panni del tabù, sia fuori dal matrimonio, sia tra persone dello stesso sesso. Ciò ha preso le mosse e, come in un circolo senza fine, ha alimentato sempre di più le associazioni, per secoli in voga: padre = virile = generatività.
Questo ha portato, nella società moderna, ad accendere ed incoraggiare discriminazioni di sorta da parte degli eterosessuali nei confronti di chi ha un orientamento differente: bullismo, atteggiamenti violenti, esclusione sociale, mobbing.
A livello scientifico o psicologico, al contrario di quanto si creda, non esiste oggi una spiegazione univoca per quanto riguarda l’orientamento omosessuale e l’orientamento bisessuale. Ne ha scritto Freud parlando di “inversione” ma senza giudicare in prima persona; nel 1952 era etichettata come “psicopatologica” nel DSM ( Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali); nel 1968 divenne deviazione sessuale al pari della pedofilia; nel 1974 venne rimossa ma chiamata omosessualità “egodistonica” fino al 1987, nel mentre per l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è stata reputata “patologia” addirittura fino al 1990, ma oggi non è più così ed è considerata per questi organi e testi una “variante” (un po’ come sostenuto da Freud all’inizio). Una questione tutta “umana”, insomma, che denota la inutilità, se non al fine di sedare le proprie paure, della ricerca di cause e spiegazioni.

Spesso, purtroppo, si vive in situazioni, contesti sociali e famiglie in cui questo orientamento sessuale è oggetto di scherno verso chi lo vive in prima persona (ma a volte anche contro chi non non è direttamente e personalmente coinvolto, ma si impegna per favorire i pari diritti), e che plasmano le menti degli individui rendendole pregne di pregiudizi e paure, tanto che non è infrequente arrivare a rifiutare la propria sessualità nei casi più gravi, o a viverla in maniera “naturalmente nascosta” col proprio compagno o amore segreto, anche in situazioni in cui tutti sanno e nessuno proferisce parola.

Ricerche recenti hanno dimostrato non solo che i genitori che accetterebbero un figlio gay sono molti di più delle aspettative (e quelli che non lo accetterebbero si dimostrano nella maggior parte dei casi “comunque” tolleranti), ma che fare “Coming Out” (uscire allo scoperto), può sì creare ansie sul dover affrontare il prossimo, ma abbasserebbe di molto il livello delle stesse rispetto alla fatica costante di vivere nascosti.
Cosa si prova a dover essere sempre sicuri di non aver lasciato tracce dietro di sé? Cosa si prova a giocare all’avvilente gioco del “secondo me sa” oppure del “e se mi chiedesse qualcosa che cosa inventerei?”.

Ansia di vivere nascosti > ansia di vivere le situazioni > la vita intera ne risente.

In cosa possiamo rintracciare una condizione ottimale di benessere, quindi?
Ovviamente, non sono dell’idea che tutti, indistintamente ed indipendentemente dalle proprie vicissitudini, debbano fare Coming Out, o che con un colpo di spugna bisognerebbe obbligarsi a non vivere con lo stress che queste situazioni creano.
Ritengo che sia deleterio imporre agli altri (e/o a se stessi) di andare dai propri genitori e amici, da un giorno all’altro, ed informarli uno per uno circa i propri gusti e preferenze, così come niente fosse.
Nessuno, che sia un amico, un conoscente, lo psicologo o esperto che sia, potrà mai dirvi cosa fare.
Ma nel caso in cui si riscontrino comportamenti simili a veri e propri blocchi, che impediscano di vivere felicemente le proprie situazioni, e una sessualità perfettamente normale in natura, negli animali o nell’uomo, l’auspicio è quello di pensarci bene e cercare di attivarsi per attenuare le sofferenze ed impedire che diventino sempre più profonde fino a rendersi ingestibili. Da soli o con l’aiuto di un esperto, con i propri tempi ed i propri modi.
Perché tutti voi meritate pienamente di essere felici e proporre voi stessi (e non gli altri) come artefici del vostro personalissimo benessere.

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